“LIMBO ITALICO”. TURATI HA ANCORA RAGIONE

Un “letargo esistenziale collettivo“, queste le parole con le quali il CENSIS descrive la situazione italiana nel rapporto annuale. Un’analisi che intreccia economia e sociologia, per trovare una risposta alla strana reazione che gli italiani stanno avendo in questo periodo che non è più di crisi ma che non è ancora di ripresa.

Cresce il risparmio, perché la fiducia dei cittadini è ancora bassa, aumenta anche quello contante che ammonta, secondo le stime, a 4.000 miliardi, un dato che lascia trasparire chiaramente la paura che gli italiani hanno nello scegliere di investire.

Eppure alcuni dati sono confortanti, siamo una società fatta da individui sempre più connessi ad internet, sempre più propensi ad investire nei beni durevoli e nelle aziende che possiamo definire ibride, che mettono insieme le nuove tecnologie e le tradizionali potenzialità italiane, dal design all’enogastronomia.

Il rapporto annuale del CENSIS mette in evidenza un problema sociale enorme, che se continuerà ad essere ignorato sarà sempre da ostacolo ad una vera ripresa per il nostro Paese. L’Italia è diventata una nazione che non riesce ad avere una visione reale e collettiva del futuro. Siamo una società senza una vera mission, un’insieme di singoli, di individui solitari che non hanno più le capacità, i luoghi, gli strumenti e la cultura per poter tornare ad essere comunità.

Il presidente del CENSIS, Giuseppe De Rita, parla di un “Limbo italico“, citando addirittura Filippo Turati, “fatto di mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone“. L’immagine è forte e sembra calzare a pennello ad un’Italia che, troppo spesso, si perde in discussioni inutili e strumentali, dove regna il disinteresse, dove l’indignazione spesso è solo un mera maschera dell’invidia, dove un’intera generazione rischia di scomparire nel silenzio e nell’inattività di tutti coloro che dovrebbero muoversi e che dovrebbero agire.

La vera assente è dunque la politica, quella vera, quella che, con professionalità ed intelligenza, dovrebbe segnare un percorso, riscoprire l’interesse collettivo, fare scelte difficili e anche contro corrente, avendo sempre come obiettivo il bene comune ed un disegno del futuro. Siamo invece nella situazione opposta, di una politica che sembra ad appannaggio della rabbia, della rissa, senza alcuna visione nazionale, senza alcuna capacità di mantenere il dibattito nei canoni della decenza. Ogni italica discussione sembra trasformarsi in rissa, in zuffa, senza possibilità di soluzione; il ruolo del politico non è più quello di guidare i processi, ma quello di rincorrere il consenso ed i partiti non sono più strumento di cambiamento e di rappresentanza di una comunità, di una classe sociale, di un malessere reale, ma sono diventati semplici collettori di voti e di consenso, dove l’individualismo di chi vuole costruirsi una carriera ha schiacciato ogni forma di visione collettiva.

Gli italiani hanno smesso di essere parte di qualcosa di più grande, hanno smesso di essere parte di una comunità nazionale, hanno smesso di avere e di guardare ad un avvenire che non sia strettamente personale. Ci siamo chiusi nelle nostre solitudini e nelle nostre ambizioni personali e l’unica realizzazione che conosciamo è quella personale, l’unica soddisfazione che ci riserviamo è quella della riuscita individuale.

Questa situazione si palesa nei toni del dibattito sulla politica estera, nell’assurda realtà di trovarsi i social ripieni di bandiere francesi e di motti a difesa di Charlie Hebdo, senza però avere una reale comunità di uomini e donne che siano disposte a ragionare su questioni che esulino dalla loro solitudine digitale, una reale comunità di individui che possa impegnarsi con le proprie forze e le proprie vite in qualcosa che non le riguardi personalmente.

Siamo un popolo che non vuole più essere una collettività; un popolo che ha troppi buchi neri nella propria storia, anche quella breve della Repubblica, per poter davvero ragionare sull’avvenire. C’è un bisogno urgente, per poter tornare a crescere economicamente, di iniziare a crescere socialmente e civilmente; c’è un urgente bisogno di diventare davvero un popolo di cittadini per poter iniziare ad avere una classe dirigente capace di progettare il futuro.

Il rapporto annuale del CENSIS disegna l’immagine di un’Italia fatta da mezzi cittadini, che non riescono, o peggio non vogliono, più ad essere parte di quella collettività nazionale, continentale, globale di persone che riescono a mettere da parte lo stretto interesse individuale per riscoprire la comunità, unico luogo sociale nel quale l’individuo può sentirsi completo.

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