L’ITALIA CHE SI SGRETOLA

Le immagini delle palazzine dell’università di veterinaria che si sgretolano come se fossero castelli di sabbia, hanno fatto il giro del web, mettendo sotto gli occhi di tutti la condizione di inadeguatezza strutturale delle università italiane.

Sotto le macerie restano non solo le ricerche dei docenti e dei ricercatori dell’Università Federico II,  ma anche la dignità dell’istituzione universitaria, offesa da un sistema malato che si accartoccia su se stesso.

L’immagine di quel crollo consegna, anche plasticamente, una realtà sulla quale bisognerebbe riflettere, sulla quale urge l’intervento serio ed immediato delle istituzioni. Il nostro sistema universitario dovrebbe confrontarsi con quello internazionale, dovrebbe offrire servizi e percorsi formativi che possano davvero creare professionalità utili allo sviluppo economico e sociale dell’intero Paese. Purtroppo la crisi in cui versa tutto il sistema è palese da decenni, le università italiane risultano lontane anni luce da quei luoghi di cultura e di ricerca all’avanguardia in cui si sono trasformati gli atenei occidentali. L’offerta formativa sembra sempre più pensata per i docenti, più improntata alla creazione di cattedre che di reali percorsi formativi, purtroppo lo studente e la sua formazione non sono più il centro dell’intero progetto da anni.

I fotogrammi di quelle palazzine che si sgretolano nel silenzio, senza fare clamore, senza colpe né colpevoli, senza una calamità ma semplicemente perché sotto il terreno è vuoto, sono una metafora del sistema universitario italiano.

L’università in Italia per troppi anni è rimasta un luogo ameno, che non riesce ad essere all’avanguardia che non riesce a valorizzare le potenzialità ed i talenti perché le barriere all’entrata sono altissime. Gli atenei sono luoghi che non si sono mai aperti alla società e al territorio nel quale operano, rimanendo lontani e distratti. Da sempre la selezione avviene per cooptazione, i dipartimenti sono stati trasformati in meri luoghi dove, tra giochi di potere e cortesie clientelistiche, ci si è concentrati nella creazione di veri e propri gruppi di potere, circoli chiusi nei quali l’obiettivo non è la ricerca e l’insegnamento, bensì una squallida spartizione di quel che rimane dell’istituzione universitaria.

Le nostre biblioteche, spesso poco fornite, sporche e disorganizzate, chiudono in orari pomeridiani mentre quelle degli atenei internazionali restano aperte fino alle 24:00. Le nostre aule sono piccole, poco funzionali e senza servizi, ci si abitua fin dai primi giorni di frequenza alle immagini degli studenti che seguono i corsi seduti per terra.

Eppure le nostre università provano a sopravvivere, fanno ancora cultura e formano ancora ragazzi che poi riesco ad ottenere successi in tutto il mondo, basterebbe rimettere in ordine le cose, ricominciare da zero, ripartire dai servizi e dalla formazione, lasciare da parte, una volta per sempre, i Baroni e le loro corti fatte di asserviti che devono dimostrare non la loro preparazione ma la loro fedeltà al padrone di turno.

L’Italia ieri mattina si è scoperta più fragile, la polvere che si è alzata da quel crollo non potrà essere nascosta sotto il tappeto dell’indifferenza, urge riformare l’istituto universitario nelle fondamenta, per ricominciare ad essere un Paese normale, per rimettere in marcia un popolo che dovrebbe curare questo sistema come il fulcro di una crescita economica, sociale e culturale duratura e sana. Senza un sistema universitario serio, moderno e funzionale l’Italia è più debole e non può competere con il resto del mondo, in un futuro che si farà sempre più complesso e in cui gli studenti dovranno confrontarsi con una platea globale che diventa ogni giorno più competitiva..

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