30-11-1999: QUANDO IL POPOLO DI SEATTLE SCESE IN PIAZZA

Era il 30 novembre del 1999, a Seattle iniziavano i lavori del WTO (World Trade Organization), i potenti della terra avrebbero discusso di liberalizzazione dei mercati, di nuovi accordi commerciali globali, delle nuove misure da prendere sul clima.

In quel giorno Seattle divenne la città della reazione popolare a quelle decisioni, a quel sistema che voleva essere globale ma che non ascoltava nessuna voce, nel tentativo di gestire l’intero globo badando esclusivamente alle dinamiche economiche, senza neanche valutare quelle politiche e sociali che ne conseguivano. Quel sistema che costruiva, giorno dopo giorno, la struttura adatta all’applicazioni dei dogmi neoliberisti su scala globale e che lasciava fuori l’idea democratica della rappresentanza, che dava voce solo al capitale e tagliava fuori in maniera definitiva l’altro attore dello scontro sociale, il lavoro, per la prima volta, dopo anni di indifferenza, veniva messo in discussione da un gruppo di associazioni e movimenti confluiti a Seattle da tutto il mondo.

In quella città agghindata a festa, si riunirono e presero voce coloro che non volevano accettare quel sistema, coloro che erano ancora convinti che potesse esserci un’altra via, coloro convinti che non potevano essere quelle organizzazioni economiche globali, luoghi e strumenti di un nuovo colonialismo occidentale di stampo neoliberista, a organizzare la vita di miliardi di persone.

Nelle strade di Seattle scoppiarono le manifestazioni e gli scontri, i manifestanti che in quei giorni urlarono la loro rabbia venivano dall’intero globo, comunicavano su internet ed erano decisi a non cedere a quella deriva liberista, nacque in quelle strade americane il primo movimento veramente globale dell’era post Guerra Fredda.

Il WTO di Seattle fu un fallimento, anche per le proteste enormi che avevano smosso l’opinione pubblica mondiale. Nasceva il movimento NO-GLOBAL, nasceva quello che inizialmente fu chiamato “il popolo di Seattle”, nasceva un movimento che non aveva precedenti per estensione geografica e per eterogeneità. Quel soggetto di protesta riusciva a tenere insieme le associazioni cristiane, i partiti comunisti, i movimenti per i diritti umani, gli ambientalisti, i movimenti civili, gli anarchici e tutto il mondo anticapitalistico proveniente dai movimenti del ‘900. Quel movimento metteva insieme un coacervo di idee e diverse, tutte rivolte ad una riorganizzazione del sistema globale, tutte proiettate verso un obiettivo, quello di mettere un freno al potere indiscusso del capitale finanziario globale.

Dopo i fatti Seattle il movimento organizzò il primo World Social Forum, un controvertice organizzato a Porto Alegre in Brasile, proprio in contemporanea con il vertice del WTO che si teneva a Davos. Porto Alegre, un comune guidato dal Partito dei Lavoratori brasiliano, divenne un simbolo di un modo diverso di poter intendere e vivere la globalizzazione, il WSF divenne un appuntamento annuale, al quale partecipano decine di migliaia di delegati ufficiali provenienti da più di un centinaio di Paesi, con altre decine di migliaia di partecipanti, durante il quale vengono promossi dibattiti e laboratori. I WSF diventano con gli  anni il luogo del pensiero e del confronto di questo nuovo movimento che segna la storia dei movimenti politici di massa.

Gli appuntamenti globali si trasformarono per anni in veri e propri laboratori di protesta civile e anche di scontro fisico, tra il movimento e le autorità costituite che dimostrano ad ogni incontro di temere la forza che il movimento può avere sull’opinione pubblica mondiale.

Nell’aprile del 2000 in occasione del G7 di Washington il movimento organizza manifestazioni che bloccano la città della Casa Bianca, a Praga nel settembre dello stesso anno il movimento scende in piazza contro un incontro della Banca Mondiale, a Montreal in ottobre si tiene l’incontro dei ministri delle finanze dei banchieri centrali dei 20 paesi più industrializzati del mondo, anche qui il movimento organizza manifestazioni e proteste,  a dicembre durante il Consiglio Europeo a Nizza il movimento scende ancora in piazza. Il confronto diventa globale, non c’è riunione dei potenti senza che fuori da quei palazzi ben sorvegliati non ci siano i no-global a manifestare al mondo intero che un’altra idea di mondo esiste.

Nel 2001 lo scontro si radicalizza con gli scontri di marzo a Napoli in occasione del Global Forum, i manifestanti vengono caricati dalla polizia, molti vengono portati in una caserma dove le violenze si perpetuano, è il preludio a ciò che accadrà a breve a Genova.

Dal 19 al 22 luglio 2001 a Genova si svolgono le riunioni del G8, in città arrivano manifestanti da ogni angolo del mondo, ragazzi che si organizzano alla meno peggio, campi sportivi che diventano dormitori, scuole nelle quali i manifestanti si organizzano per dormire e discutere.

La tensione però è altissima, Genova è una città militarizzata, il mondo ha gli occhi puntati sull’Italia e su ciò che quei giorni rappresenteranno nell’immaginario collettivo dell’opinione pubblica mondiale.

Gli scontri saranno durissimi, la polizia utilizzerà sistematicamente la violenza,  in maniera esagerata ed ingiustificata, si indaga ancora oggi su ciò che successe in quei giorni. Ci saranno eventi durante questi giorni che resteranno nella cultura comune, nomi di caserme come la Bolzaneto, nomi di scuole come la Diaz, che ancora oggi riconducono tutti alla follia in cui lo Stato italiano si perse in quei giorni.

Il 20 luglio alle 15:00 nella piccola piazza Alimonda, in uno scontro tra manifestanti e polizia, viene ucciso Carlo Giuliani, un giovane anarchico di 23 anni, colpito da un colpo di pistola sparato da un poliziotto.

Genova precipita in un incubo, la sera del 21 luglio nella scuola Diaz, una delle scuole concesse dal comune di Genova al coordinamento del Genova Social Forum, fanno irruzione le forze dell’ordine. Ciò che succede nella scuola, dove manifestanti pacifici di tutto il mondo dormivano, è una delle pagine più buie delle forze armate italiane, una pagina sulla quale la sentenza della Cassazione del 5 luglio 2012 ha finalmente scritto la parola fine condannando i vertici della polizia coinvolti.

Quello che successe a Genova entrò nelle case di tutto il mondo, l’immagine di un gruppo di potenti chiusi nei palazzi e difesi con una violenza cieca dal loro esercito al quale si opponeva un’armata di cittadini di tutto il mondo, un esercito con le armature fatte di bottiglie di plastica, dava la perfetta riproposizione di ciò che era il confronto. Le immagini delle frange violente, i black block, che mettevano a ferro e fuoco la città mentre le forze dell’ordine lasciavano fare e si concentravano nel caricare con violenza inaudita il corteo pacifico dei manifestanti, aprirono dubbi enormi nelle coscienze di tutti.

In quei giorni morì una generazione, morirono le sue speranze, in quei giorni morì la forza propulsiva e propositiva del movimento.

Per anni il movimento fu accusato di essere anti-storico, di voler andare contro un processo, quello della liberalizzazione del mercato finanziario, quello del grande mercato globale libero da ogni regola, che veniva descritto come naturale, come un progresso inarrestabile della società.

Ad oggi possiamo dire, senza temere smentite, che quel movimento aveva ragione, che quel processo non era naturale, che quelle liberalizzazioni, quelle politiche neoliberiste erano fallimentari. Ad oggi dopo la crisi economica globale, ora che tutti sono convinti che il mercato finanziario globale vada regolato, oggi che gli stessi istituti economici internazionali sono passati dalle liberalizzazioni all’austerity, oggi che sulle macerie dell’economia si possono leggere chiaramente i nomi dei colpevoli di questo sfascio; quelle idee urlate nelle piazze, quei nuovi modi di pensare il mondo risultano molto più validi.

Eppure quella spinta propositiva, quella vitalità, quell’ingenua  innocenza di cui era pervaso quel movimento oggi è scomparsa. Il pericolo che da questa crisi si esca con un confronto tra le forze che questa crisi l’hanno generata e che non hanno alcuna intenzione di cambiare la struttura economica mondiale nei fatti, e quelle forze espressione del ritorno dei sentimenti nazionalistici, autarchici e xenofobi che vengono troppo spesso richiamati dai movimenti reazionari che stanno crescendo a dismisura in molti Paese.

La paura di ritrovarsi nel momento più importante, quello nel quale si dovrebbe ragionare su come riorganizzare l’intero sistema economico e sociale globale, senza idee, senza una bussola che possa indicare una direzione diversa rispetto a quella del ritorno al passato, è fortissima.

Questa forse è la critica più potente che si fa sempre a quel “Popolo di Seattle”, la mancanza di concretezza, di proposte valide ed applicabili. L’esigenza di un pensiero nuovo, che riesca a riorganizzare il mondo, è enorme, senza un lavoro culturale serio e globale, si rischia di lasciare spazio a quel vento reazionario che ha iniziato a spirare fin troppo forte.

 

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