Bersani ad Avellino. Ossimoro 1

Le cose cambiano, le idee si trasformano, la politica, quella delle strategie e delle poltrone, si adatta alle situazioni e agli equilibri del momento, però sembra così strano, così innaturale e così poco credibile vedere Bersani provare disperatamente a proporsi ancora come leader di qualcosa.Lo abbiamo ammirato tutti nel tentativo tanto patetico quanto deprimente di smacchiare il giaguaro, lo abbiamo ascoltato tutti mentre parlava del Partito Democratico come la “ditta” da tenere sempre unità, lo abbiamo visto tutti l’altra sera ad Avellino nel tentativo disperato di distruggere quella ditta ora che non è più sua.

Nelle prime file c’erano gli occhi ed i volti di chi per anni ha dimostrato l’incapacità di occuparsi delle generazioni future, di formare nuove classi dirigenti, incurante ed indifferente ai giovani e alle loro esigenze.

Al fianco di Bersani le stesse facce di sempre, i candidati perenni, i giovani nati vecchi e i vecchi che provano a fare i giovani. Un po’ ovunque il simbolo del movimento democratico e progressista. L’imperare di quel simbolo vacuo che prova a strumentalizzare quanto di più sacro c’è nel nostro Paese, è fastidioso sembra quasi che la nostra Costituzione venga venduta un tanto al chilo. Quell’Articolo 1 spiattellato come iconografia di una parte, un articolo tanto bello quanto bugiardo, di quella Costituzione tanto profonda quanto inattuata che costò vite e sangue a una generazione che dovremmo ancora ringraziare e che difficilmente oggi entrerebbero anche solo per ascoltare quello smacchiatore di giaguari intento a ridurre sempre più in pezzi quella sinistra di cui tanto si riempie oggi la bocca.

Si sono messi insieme tutti coloro che per anni sono stati altrove, quelli che non hanno alcuna storia, quelli che sono stati bassoliniani, lettiani, cuperliani, civatiani o comunque -ani di qualcuno, innamorati di quella deviazione tutta italiana che potremmo chiamare “politica anale”, fondata sul passaggio di ano in ano in cerca di quello giusto per rifocillarsi, come fanno le api con i fiori.

Cantano bandiera rossa, stringono i pugni e fanno i puri e duri, ma dov’erano questi compagni quando si insediava il governo Monti? Dov’erano quando si approvava la legge Fornero? Dov’erano quando si accettavano tutti i tipi di soprusi sulla pelle di una nuova schiera di giovani che avrebbe scoperto di dover vivere per sempre nella precarietà più totale? Dove erano quando c’era da dare risposte diverse alla crisi? Dov’erano mentre il neoliberismo dilagava e la sinistra diventava marginale e e culturalmente subalterna?

Erano lì, partecipavano senza opporsi, raccoglievano le briciole di un sistema che cancellava i diritti e ampliava le libertà dei mercati eliminando ogni ostacolo all’espansione dei capitali finanziari. Erano comodamente seduti ai posti di comando, erano chiusi nelle stanze a vendere a barattare quella storia di pugni chiusi e di bandiere rosse in cambio di mere spartizioni di potere. Erano persi in ragionamenti lontani anni luce dalla vita di intere generazioni che oggi pagano quella folle accettazione di ogni ignobile degenerazione del capitalismo.

Quegli inni, quelle bandiere e quei vessilli hanno fatto il loro tempo e andrebbero difese come storia, come la nostra storia. Meriterebbero di essere onorate nell’azione politica quotidiana difendendo gli ultimi e rappresentando gli indifesi, non dovrebbero essere trasformati in simboli vuoti attraverso i quali i soliti noti provano a garantirsi una nuova verginità dopo averla scambiata senza alcun rimorso sull’altare della spartizione del potere.

È deprimente che quella bandiera sia diventata strumento di lotta di potere, è deprimente che la nostra Costituzione venga sfruttata per squallidi scopi di sopravvivenza politica, è inaccettabile che quella storia oggi rischia di essere sporcata, infangata, trafugata e svenduta da chi fu così poco coraggioso da non andare alle elezioni nel 2012 e accettò di votare ogni stupidaggine di un governo tecnico che aveva tutte le sembianze di un commissariamento. È ridicolo che oggi, a voler dare lezioni di sinistra e di governo, siano coloro che si dimostrarono incapaci di vincere nel 2013, che furono così inetti da non riuscire ad eleggere un Presidente della Repubblica, così deboli e cosi poco di sinistra da non riuscire a portare il PD nel PSE, da non riuscire a portate neanche a proporre riforme essenziali come quelle sulle unioni civili, sul dopo di noi o quella istituzionale che sarebbe dovuta partire da una nuova legge elettorale. Chi oggi propone idee e vuole cambiare l’Italia quando ne ha avuto la possibilità non ha fatto nulla legislativamente.

Per questo oggi quell’Articolo 1 spiattellato dietro quelle facce, sembra un ossimoro, una beffa, un tentativo che rischia di cadere nel ridicolo. Non si chiamino compagni, non usino simboli, canzoni e inni che sono parte di un patrimonio storico che non va violentato, un patrimonio di massa che non può essere rinchiuso in un movimento marginale e di mera testimonianza.

La sinistra in Italia, in Europa, ma soprattutto su scala globale, ha bisogno di ripensarsi e di trovare la forza ed il coraggio di immaginare nuovi sistemi sociali e nuove proposte per il futuro. Abbiamo l’obbligo di essere avanguardia, di essere capaci di dare risposte concrete e di far vivere un nuovo sogno che possa essere di massa, per dare davvero rappresentanze a chi oggi è ultimo tra gli ultimi, escluso dall’opulenza occidentale e privo di una voce forte è autorevole che possa rappresentare il suo disagio. Dobbiamo farlo mettendo le mani nel conflitto sociale che attraversa i nostri tempi, senza timori, rompendo la subalternità anche culturale alla quale la sinistra è stata ridotta negli ultimi decenni.

Per farlo non possiamo rifugiarci nel passato e non possiamo farlo attraverso le stesse facce e gli stessi nomi di sempre, le nostalgie lasciamole al passato

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