CAOS INTERNAZIONALE

Esplosioni, uomini con kalashnikov in pieno centro, cinture esplosive lasciate nei palazzoni popolari, aerei russi abbattuti, intere regioni nelle quali nessuno governa e dove nessuno può davvero dire di avere il controllo del territorio. Un’America assente dalla scena internazionale, la Casa Bianca che continua a voler restare ai margini delle decisioni, l’Unione Europea che, come al solito, si muove in ordine sparso, senza strategia e senza una reale condivisione di intenti e di obiettivi. L’Iraq e l’Afghanistan, che dopo aver subito un’importazione forzata di democrazia, sono oggi la dimostrazione lampante di un occidente che non riesce più a vincere le guerre, perché se vero che le operazioni militari, nel mondo di oggi si concludono in tempi brevi, è ancor più vero che il sistema democratico occidentale non riesce più a vedere il suo sogno, non riesce più a conquistare i cuori e le menti.

Tutto queso ha generato il caos in cui oggi viviamo, una situazione talmente difficile ed incerta che uscirne sarà difficile se non impossibile. In Italia purtroppo troppi sui media si sono improvvisati esperti di Relazioni Internazionali, troppi si sono lanciati in analisi bislacche, in commenti inutili e buonisti, in dispute folli sui termini giusti da usare. Usare il termine “guerra” ad esempio è giusto per descrivere ciò che vediamo succedere oggi anche nelle nostre città? Il termine terrorismo, l’abuso del termine paura, la strategia di vincere attraverso la perseveranza del nostro modo di vivere e delle nostre libertà, sono tutte diatribe che hanno riempito le trasmissioni, i discorsi e le chiacchiere da bar.

La guerra, per come noi europei l’abbiamo sempre vissuta, è un conflitto nel quale due o più attori ben definiti si confrontano militarmente e cercano di prevalere l’uno sull’altro.

Dopo l’11 settembre 2001, con l’attentato alle torri gemelle di New York, la guerra ha cambiato aspetto, è diventata asimmetrica, non c’è più un attore riconosciuto; ci sono dei gruppi terroristici globali, che non hanno un riferimento territoriale ben definito. Questa situazione ha reso difficile riuscire a mettere in piedi una strategia seria per un conflitto che riuscisse davvero ad essere portatore di stabilità. L’errore più grande fatto dall’allora presidente Bush e dal suo governo, fu quello di cercare di risolvere la situazione con una visione ormai non adattabile alla realtà che si stava andando definendo. La strategia di esportazione della democrazia, iniziata con la guerra ai Talebani e con la conseguente invasione dell’Afghanistan, l’individuazione dell’asse del male, l’invasione dell’Iraq, con la conseguente deposizione di Saddam Hussein, l’epurazione completa delle strutture di potere bahatiste, hanno reso l’intera regione mediorientale ancora più instabile e ha messo gli USA davanti alla dura realtà di non riuscire più ad essere capaci di gestire una crisi globale di tali dimensioni.

Le primavere arabe, lette con superficialità e con disinteresse dall’Unione Europea che si sarebbe dovuta concentrare molto di più su ciò che accadeva in quel confine così labile che è il Mediterraneo, sono diventate un fattore di instabilità. Il rimpianto di tutto l’occidente di non essere riuscito, attraverso il soft power di cui dispone, a rendere quelle rivoluzioni un’occasione per un’integrazione della sponda sud del mediterraneo e di un allargamento dei diritti e delle libertà, è ancora vivo, oggi più che mai.

Purtroppo la caduta di quelle dittature e di quei regimi dinastici nordafricani, non hanno avuto gli effetti sperati, anzi le speranze di quei ragazzi che avevano invaso le piazze furono disilluse, ed oggi paghiamo il prezzo della mancanza di un vero controllo territoriale da parte di un potere costituito.

A tutto questo va aggiunta la profonda crisi culturale, economica e di rappresentanza che il nostro sistema occidentale vive. Una crisi così profonda che andrebbe fatta partire dall’inizio delle fase di de-industrializzazione vissuta dall’occidente durante gli anni ’80, coincidente con le prime ondate migratorie verso l’Europa e con la scomparsa di quelle organizzazioni di massa, come i partiti che garantivano la possibilità a tutti, anche a quel sottoproletariato urbano che andava formandosi nelle grandi metropoli europee, di rappresentarsi e di sentirsi parte di un insieme più grande. Con la scomparsa di quella società, con la caduta del muro di Berlino e con la disintegrazione dell’intero blocco comunista, anche la socialdemocrazia europea entrò in crisi e le politiche neoliberiste presero il sopravvento, con la loro ondata di liberalizzazioni finanziarie, con la fine del conflitto capitale-lavoro dal quale il lavoro usciva come vero sconfitto, ma soprattutto con inizio di quella fase politica che porterà all’esclusione di gran parte della società dal processo decisionale.

Oggi ci ritroviamo nel gran caos generato da un insieme di politiche interne ed estere che l’occidente ha adottato in maniera distratta e superficiale, abbracciando la folle idea che la storia fosse finita. Non usciremo da questo marasma chiedendoci se le scene di Parigi siano guerra o meno, non ne usciremo discutendo sul se sia giusto o meno intervenire in Siria e al fianco di chi e soprattutto se andarci con le truppe di terra o limitarci a bombardare. Non se ne esce neanche bloccando i flussi migratori, alzando i muri, sparando sui barconi e odiando gli stranieri, anche perché se c’è una cosa certa è che i terroristi sono nati e cresciuti  in occidente. Non se ne esce con il buonismo telegenico, con le frasi belle sul non far vincere la paura, con le stupidaggini su noi europei abituati a sconfiggere il terrorismo degli anni di piombo. Quello che sta accadendo oggi non ha nulla a che fare né con le Brigate Rosse , né con i NAR, né con la Rote Armee Fraktion tedesca, né con l’Action Directe francese, né con la Provisional IRA. Gli attacchi di Parigi hanno raggiunto un nuovo livello, non sono attentati terroristici, non generano solo paura e terrore, non immobilizzano un’intera generazione ed un’intera società, ma metto anche in evidenza l’impossibilità di fermare un attentato del genere in un’epoca digitale dove tutto viaggia sul web ad una velocità incomprensibile alle tecniche investigative, dove la comunicazione di massa diventa diretta senza filtri o mediazioni, e dove le stesse regole che garantiscono le libertà civili e di espressione sono gli spiragli attraverso i quali chi vuole può colpire.

Negli anni le abbiamo cambiato nome troppe volte, guerra sembrava troppo violenta, abbiamo usato intervento umanitario, operazione di peace keeping, esportazione di democrazia. Nulla però è cambiato il risultato è stato sempre lo stesso e cioè quello di generare instabilità nel sistema internazionale.

Oggi c’è bisogno di un nuovo approccio, c’è l’urgenza di ricostruire un occidente che sia davvero capace di includere tutti gli individui all’interno del sistema politico, un occidente nel quale non esistano quartieri di invisibili, un occidente che riesca ad imprimere la sua forza sulla comunità internazionale per il rispetto dei diritti e delle libertà, un occidente che non si pieghi alla finanza ed al capitale globale, un occidente che torni, attraverso le sue istituzioni politiche e non attraverso quelle economiche, ad essere un riferimento per tutti i popoli che vogliono la democrazia e la pace.

C’è bisogno che sulla scena internazionale torni la politica, si avverte l’esigenza di mettere da parte l’improvvisazione e la banalità di alcuni discorsi e si rispolveri la serietà e la concretezza dell’azione.

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