Davanti al terrore ci riscopriamo comunità.

Un altro attacco al cuore dell’occidente. L’ennesimo, con le stesse caratteristiche, lo stesso panico, la stessa paura, lo stesso terrore, lo stesso atroce bilancio.

Ancora una volta un luogo di festa, questa volta di giovanissimi, di bambini, nella città europea operaia per antonomasia, nella nazione multiculturale per storia, in quell‘Inghilterra già spaventata e chiusa su se stessa che ha scelto di uscire dall’Unione Europea e che sta affrontando delle elezioni che non regaleranno niente di nuovo al mondo.

Ancora le stesse parole, gli stessi fiumi di idiozie, le stesse vuote urla all’odio o all’amore. Gli appelli contro gli immigrati e, come controcanto, gli appelli alla vita, all’amore e all’integrazione. Come se stessimo davvero affrontando il problema, come se le cose si mettessero in ordine da sole, senza cambiare alcunché, senza intervenire sulle vere storture di un mondo che rischia di schiacciare ogni libertà.

Nessuno vuole guardare in faccia ad una realtà che spaventa. La guerra è arrivata e, ci piaccia o meno, ci entra in casa fin nelle culle della nostra società occidentale, ammazza i nostri bambini, piega le nostre abitudini distorce la nostra normalità e mette in crisi il nostro sistema sociale, culturale, politico ed economico. A questa verità dobbiamo dare risposte, bisogna scegliere, smetterla di convincersi che tutto passerà senza intervenire sulle fratture che stanno distruggendo il nostro mondo.

Ci vuole coraggio per analizzare davvero il mondo e le sue confusioni, ci vuole la capacità intellettuale e culturale di fornire modelli che possano sanare le storture di un sistema occidentale che non riesce più ad includere e che rende la società sempre più instabile e divisa al suo interno.

Davanti all’ennesimo attacco terroristico molti reagiscono in maniera impassibile, come se quel terrore e quella morte improvvisa, fossero entrati a far parte della nostra normalità. Eppure è passato quasi un secolo da quando il nostro continente ha visto la guerra distruggere i suoi villaggi le sue città, i suoi popoli. L’Europa è stata terra di pace per decenni, ha esportato terrore, guerre ed ingiutizie, ma al suo interno, chiusa in quei comodi confini che facevano da argine alle insoddisfazioni del mondo intero, era riuscita a trovare una soluzione anche ai conflitti sociali che attraversavano quel mondo economico che oggi invece non è più imbrigliato.

Siamo in guerra, la stiamo vivendo, ci siamo abituati alle bombe nei centri delle nostre città. Ci siamo abituati alle carneficine, alle dirette televisive, ai conteggi delle vittime alle attese delle rivendicazioni, alle ricerche dei terroristi, ai blitz. Ci siamo abituati al dolore e alla paura, alle frasi di rito, alle commemorazioni. Ci siamo abituati alla violenza che non è più un’esclusiva di luoghi lontani, di città dai nomi impronunciabile, di volti diversi, di suoni e linguaggi estranei.

Ci stiamo abituando al terrore con la complicità criminale di chi non ha alcuna volontà di provare a risolvere il problema. Discutiamo di relativismo culturale, di integrazione, di accoglienza, di profughi e di equilibri mondiali, come se il problema fosse lontano, fosse altrove, rispondesse a logiche nelle quali noi non c’entriamo. Niente di più sbagliato. Il problema reale è nelle nostre società, nella mancanza di voler difendere le nostre libertà, nell’accettazione prona di sistemi valoriali che non includo più pezzi sempre più deboli e arrabbiati delle nostre società.

Il problema è il nostro occidente, l’incapacità delle nostre istituzioni di rappresentare il disagio, di interpretare il cambiamento, di dare prospettiva e futuro a quel sogno democratico, fatto di pace e tolleranza, sul quale nacque l’Unione Europea. Siamo deboli perché siamo stati per troppi anni timidi nell’analisi delle cose che non vanno, troppo pronti a giustificare, a odiare e a dimenticare senza alcuna base ideologica sulla quale costruire un futuro vero e concreto per tutti.

Siamo in guerra e stiamo perdendo perché davanti al crollo di un sistema economico, sociale e politico che non ha retto, stiamo provando a salvare i cocci senza costruire una nuova struttura.

Siamo in guerra e stiamo perdendo perché abbiamo creato sistemi nei quali i soggetti politici collettivi sono scomparsi e a rimanere senza voce sono i più fragili, a restare esclusi sono i più deboli che trovano ascolto e inclusione solo nell’estremismo religioso.

Non abbiamo ancora perso e negli occhi di quelle ragazzine di Manchester, nella loro fierezza, nel loro coraggio come nel loro dolore, c’è tutta la forza per vincere questa battaglia. Davanti alla morte e alla paura la reazione continua ad essere solidale e soprattutto partecipata. L’individuo si riscopre parte dell’umanità. Davanti al vuoto che lascia una bomba tutti sentiamo il bisogno di sentirci parte di qualcosa che superi la nostra singola esistenza.

Il dolore diventa collettivo e ci riscopriamo moltitudine, comunità, popolo.

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