IL DIVINO DRAGHI E L’ARTE DEL TRASFORMISMO

L’arrivo di Mario Draghi è stato salutato come la discesa in terra di una divinità che ha competenze, virtù e pregi che neanche nelle cronache staliniane. L’informazione ha sguinzagliato i suoi prodi alfieri per cercare di raccontare questo divino essere che è stato invocato più volte e che finalmente si è materializzato. I reporter d’assalto, superando ogni banalità, si sono riversati nella piccola Città della Pieve, in Umbria, dove tutti, dagli anziani del bar alla giornalaia, passando per il sindaco e i parroci, giurano che il professor Draghi è “tanto buono. Saluta tutti”.

Passeranno questi giorni, finirà l’ubriacatura e ci ritroveremo a dover fare i conti con una delle crisi sistemiche più profonde della storia della nostra Repubblica. 

Lo spettacolo offerto in questi anni dal parlamento è la rappresentazione plastica di ciò che l’Italia è e di come si costruisce il senso comune e la pubblica opinione in questa nazione. 

Non c’è tempo per le valutazioni, per il ragionamento, per la costruzione. La rapidità dei mercati, delle informazioni, del mondo globalizzato, delle reti sociali liquide, non lascia spazio al pensiero. E dunque tutto diventa possibile e nulla più ha un valore né morale, né etico. Anche la politica, che dovrebbe invece fare della coerenza, della mediazione, del confronto, le basi di ogni progetto, è ridotta a mera interpretazione del contingente. 

Tutto è concesso e tutto è accettato. E allora gli stessi che prima erano per i muri, i fili spinati e i porti chiusi, sono diventati europeisti.

La Lega passa negli anni da movimento separatista che vomitava comizi contro i “terroni” e inneggiava al grido di “prima il nord”, a partito nazionale che ha ruttato “stop immigrati”, lanciato il sogno “fuori l’Italia dall’Europa”, e lottato nelle piazze per sostenere che vengono “prima gli italiani”. Oggi il partito di Salvini, come se niente fosse si professa europeista, pronto ad entrare nel governo del divino Draghi pur sedendo a Bruxelles nello stesso gruppo di Marine Le Pen, neofascista francese anti-europeista convinta quasi quanto i leghisti. 

Il Movimento 5 Stelle ha deciso di passare dai Vaffa ai poteri forti e dai proclami contro i primi ministri non scelti dal popolo, ai governi con chiunque anche con i pregiudicati pur di rimanere a galla, naturalmente previa conta dei click. 

Il Partito Democratico è perso in una sindrome, anche qui divina, di grandezza che ha obnubilato le menti di un intero gruppo dirigente in tutte le sue correnti. I dem infatti sono convinti che al Pd spetti per definizione il governo del Paese, non conta il voto, non conta neanche più chi guidi il governo o cosa il governo voglia o non voglia fare, il Pd deve esserci. Ai “mai con…” di uno Zingaretti confuso e impacciato, si contrappongono invece i “con chiunque” dello stesso segretario che sembra in preda ad un disturbo dissociativo d’identità.

Leu e quella sinistra militante ha fatto di un vecchio adagio invertendolo un vero e proprio dogma: “finché c’è Speranza c’è vita”, e dunque chi parlava di neofascismo e pericolosi venti xenofobi per le nostre libertà, oggi è pronto a saltare sul drago senza troppi ripensamenti. 

Resta un Renzi fiero e tronfio dell’ennesimo “capolavoro” che ha rischiato di mandare in vacca un intero Paese, e che è già pronto a festeggiare il varo del nuovo governo di “rinascimento” con il suo amichetto saudita Mohammad bin Salman, questa volta però con un interprete. 

Non possiamo dire, ad oggi, se quello che nascerà sarà un governo di rinascita, di ricostruzione o solo l’ennesimo fallimento all’italiana. Quello che però possiamo dire con cognizione di causa è che questo parlamento, ha mostrato come la volatilità delle opinioni è la caratteristica pregnante della politica moderna italiana, una caratteristica che ha elevato il trasformismo, a tutti i livelli, a vera competenza riconosciuta. Una competenza utile a salvare le carriere individuali, per salvare il Paese forse ci proveranno la prossima volta, quando arriverà un altro Draghi. 

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