LE BANLIEUE. LE PICCOLE MOSCA DI UN TEMPO DOVE OGGI CRESCONO I TERRORISTI

Le banlieue francesi sono state, sin dagli anni ’20, il luogo più rappresentativo del comunismo francese. Era in questi comuni periferici che si sperimentava un nuovo modello amministrativo del quale i sindaci comunisti furono i maggiori rappresentanti. Alla storia di questi territori è legata in maniera indissolubile la storia del Partito Comunista Francese, furono infatti molti i nomi dati a queste realtà nel tempo, le “piccole Mosca“, le “banlieue rouge“, i “territori del comunismo“. Erano comuni che venivano governati per la quasi totalità da giunte comuniste, in un periodo, quello che va dal secondo dopoguerra fino agli anni ’80, che vedeva il Partito Comunista doversi accontentare delle amministrazioni locali, non potendo arrivare al governo nazionale, possibilità frenata anche da un equilibrio internazionale che le due superpotenze dell’epoca mai si sarebbero azzardate a modificare.

Ogni anno, in questi comuni periferici veniva accolta con grandi festeggiamenti una Rappresentanza Annuale dell’Unione Sovietica; nel 1963 arrivò in visita addirittura l’eroe vivente Yuri Gagarin, il cosmonauta sovietico che aveva fatto sognare bambini ed adulti di tutto il mondo con le sue poetiche frasi dallo spazio.

A partire dalle elezioni del 1925, che videro il PCF trionfare nella periferia parigina, le banlieue divennero il cuore pulsante di una nuova storia. I comuni a guida comunista si concentrarono su una nuova maniera di gestire la cosa pubblica che aveva come obbiettivo principale quello di migliorare la qualità di vita dei cittadini, che erano in maggioranza rappresentanti del proletariato industriale.

I sindaci del PCF scelsero di costruire i Grands Ensambles, qui palazzotti che oggi vengono chiamati nel gergo giovanile “galere” ma che allora furono uno degli esperimenti meglio riusciti di edilizia urbana e di creazione di una classe vera e propria. Fu infatti grazie a quella scelta architettonica che in quei territori si generarono le condizioni perché un gruppo di persone si trasformasse in comunità, avendo a disposizione una serie di luoghi nei quali riconoscersi e una serie di realtà amministrative nelle quali far sentire la propria voce e poter fare le proprie rivendicazioni.

I comunisti francese, fecero di queste realtà dei veri e propri laboratori, crearono le associazioni di inquilini, i comitati, le sezioni, tutti i luoghi nei quali i cittadini potessero far vivere la loro voglia di partecipazione politica e sociale.

Purtroppo queste realtà che erano un esempio di buona amministrazione, di integrazione e di buone pratiche di inclusione sociale, sono entrate in crisi già negli anni ’80. La crisi industriale, seguita dalla deindustrializzazione dei paesi europei, l’internazionalizzazione della produzione, l’applicazione dei dogmi neoliberisti, la precarizzazione del mercato del lavoro e soprattutto la scomparsa dei grandi partiti di massa tra cui anche quello comunista francese; hanno privato questi luoghi della loro funzione di aggregazione rendendoli gusci vuoti. A questa crisi si è aggiunta un’ondata migratoria che ha condotto in queste periferie una nuova classe di ultimi, formata principalmente da operai non qualificati, ai quali nel tempo è mancata una rappresentanza politica e la dignità sociale che ne consegue. Le banlieue si sono trasformate così in quell’incubo, in quelle “galere” fatte di esclusione, povertà e mancanza totale di servizi. Le piccole Mosca, quelle unità amministrative funzionanti, quelle realtà sociali che erano diventate il laboratorio di una nuova struttura di convivenza con quei palazzoni che con il tempo si erano trasformati in veri e propri simboli di una società nuova e funzionate, sono diventate l’incubo di una Francia che non riusciva più ad includere nel suo modello i nuovi ultimi della società. Gia nel 1981 ci furono le prime grandi proteste delle banlieue, alle quali il governo provò allora ad intervenire con la “Politique de la Ville”, una serie di piani che provavano a recuperare le periferie ma che si rivelarono  un fallimento totale.

Le banlieue rouge, Saint Denis, Bobigny, Montreuil, Ivry-sur-Sein, Villejuif, Gentilly, Argenteuil, Nanterre, Gennevilliers, comuni dove il Partito Comunista francese arrivava a raggiungere, nelle elezioni amministrative, consensi superiori all’80%, oggi fanno registrare il tasso di disoccupazione e di abbandono scolastico più alto di Francia, e l‘astensionismo nelle elezioni ha raggiunto il 90%.

Quei territori si sono trasformai in ghetti, in luoghi dove confinare i derelitti, gli ultimi che tali resteranno, coloro che sentono vicino il loro paese solo quando uno di loro si ritrova a vestire la maglia della nazionale di calcio. Ragazzi senza alcuna prospettiva, uomini e donne che non hanno alcun mezzo per esprimere le loro idee e le loro rabbie. Un’itera classe sociale, quella del sottoproletariato urbano, che non avendo alcuna rappresentanza sociale si identifica in comunità etniche e religiose che nel vuoto sociale proliferano e fanno proseliti, indirizzando il malessere nell’odio verso l’occidente, mentre il sistema occidentale li inganna con le sue luci e le sue promesse di successo, ma li mantiene lontani. Un’itera classe sociale abbandonata, costretta a fare da spettatore di un mondo che non si preoccupa di loro e del quale non possono raccogliere neanche le briciole.

Le prime avvisaglie di questo processo che lasciava emergere l’odio come unica risposta perché non si era capici di trovare altre vie d’uscita, arrivarono con gli ultimi sindaci comunisti che assunsero posizioni xenofobe, che utilizzarono le ruspe e risposero alla crisi della rappresentanza non con nuovi programmi di inclusione, ma rispolverando le vecchie ricette della destra sociale.

Le proteste che misero sotto gli occhi di tutti cosa le banlieue erano diventate, furono quelle scoppiate nel 2015 a Cliché-sous-Bois, quando Zyed Benna di 17 anni e Bouna Traoré di 15, rifugiatisi in una cabina elettrica per sfuggire ad un controllo della polizia, morirono fulminati. La reazione di un’intera generazione che non aveva altro mezzo per esprimere il proprio malessere se non la violenza, fu quella di mettere a ferro e fuoco l’intera periferia parigina.

Oggi in quelle realtà vive il sottoproletariato urbano che non ha rappresentanza, che non viene ascoltato, quello fatto da chi vivrà comunque una vita precaria, da chi pur vivendo in occidente non potrà mai far parte di quel sistema di libertà e regole civili che dovrebbe rispettare.

In questo vuoto totale, in queste galere dove la polizia neanche entra e dove lo stato è vissuto come un nemico lontano, oggi crescono quei terroristi che uccidono i civili in nome di Allah. Bisognerebbe ragionare su queste realtà, sulla difficoltà di tutte le periferie delle grandi città europee di oggi, il vuoto politico nelle quali sono state abbandonate; bisognerebbe impegnare tutte le forze nel ricreare quelle condizioni sociali che permettono a tutti, anche agli ultimi, di potersi sentire parte di una collettività più grande.

Il terrorismo è un problema dell’occidente, del suo modello e delle sue insopportabili ed ingiustificate disuguaglianze. Se davvero siamo in guerra, se davvero si vuole combattere, allora si studi il nemico e l’odio che lo spinge ad agire, si capiscano le cause che lo hanno generato e si provi a rimediare. Più che alla Siria guardiamo alle Banlieue, guardiamo ai sistemi di inclusione sociale, facciamo i conti con un sistema democratico che non è più capace di rappresentare e far esprimere tutti. Prima di lanciare l’ennesimo inutile massacro, facciamo i conti con i nostri errori e con i nostri mondi, perché dietro ogni conflitto ideologico, anche se coperto da dogmi religiosi, c’è un malessere sociale, un frattura che va ricucita in quel tessuto sociale e politico che possa permettere alla nostra società di tornare a funzionare.

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