L’Europa che non c’è

Dai muri anti-immigrati dell’Ungheria alle porte rosse per segnare le case dei profughi in Gran Bretagna, dai movimenti populisti che crescono in tutti gli stati europei alla riattivazione di frontiere che dovrebbero essere state abolite, ci troviamo davanti a realtà e a gesti che mostrano in maniera lampante un’Europa sempre più lontana da ciò che sarebbe dovuta essere, un soggetto politico ed istituzionale che ha sempre meno di quel sogno di coraggio, concretezza e convivenza civile dal quale questa Unione è nata.

L’Europa ha dimostrato in questo decennio di essere un soggetto incapace, di non essere mai riuscita a diventare quel luogo istituzionale nel quale i popoli europei si sarebbero dovuti riconoscere, nel quale gli stati nazionali avrebbero dovuto credere e al quale avrebbero dovuto cedere sempre maggior potere. L’Unione Europea ad oggi, agli occhi dei suoi cittadini, agli occhi dei giovani europei che dovrebbero costituirne il presente e progettarne il futuro, si presenta come un ammasso di burocrati, un coagulo di leggi, di normative, di strane indicazioni, di incomprensioni e di intolleranze, ed è così perché è mancata, su ogni questione, una politica comune, non si è messa in campo un’azione europea che fosse stata seria e concreta.

Sull’immigrazione siamo costretti ad ascoltare quotidianamente confronti che sfiorano il ridicolo, pantomime di politici che si scontrano provando a soffiare sulla rabbia o a farsi portatori di un buonismo che a nulla ha portato negli ultimi decenni. Alcuni personaggi provano a spiegarci che chiudendo i nostri stati, sparando sui barconi, alzando muri e arrestando tutti coloro che provano ad entrare,  avremmo risolto ogni questione, nessun immigrato potrebbe girare per le nostre strade eliminando di conseguenza ogni tipo di furto e di violenza, come per magia le nostre città, i nostri borghi e perfino le nostre case si trasformerebbero in fantastici luoghi dove il rigore, la legalità e la civiltà la farebbero da padrone. Altri si sono sgolati nel tentativo di dire che bisogna aprire ai flussi, che la paura è il male del nostro tempo, salvo poi non avere alcun programma serio che possa incanalare questi flussi migratori in percorsi che possano essere davvero di accoglienza e di crescita.

Purtroppo sembra che nessuno sia disposto a ragionare, sembra che nessuno abbia la volontà e forse anche le capacità di iniziare a capire che la questione migratoria non può essere risolta da nessuna politica statale, che la questione va affrontata in maniera seria e collettiva, quei flussi devono diventare il fulcro attorno al quale creare le basi per una nuova Europa che possa essere finalmente terra di pace e che si dimostri capace, finalmente, di mettere in campo un piano serio.

Non ci sono alternative, la migrazione non è certo una realtà che nasce per dare fastidio alle opulente e vecchie società occidentali, ma bensì è il frutto di un sistema economico globale che ha spostato il conflitto tra capitale e lavoro su una scala mondiale, riproponendo una divisione sociale simile alle realtà ottocentesche europee con un gruppo di stati nei quali è stata trasferita la produzione di beni che saranno poi venduti sui ricchi mercati occidentali. I nostri smartphone, i nostri capi d’abbigliamento firmati, i nostri gadget, le nostre auto, i nostri elettrodomestici, tutti quegli oggetti costosi e di design con i quali riempiamo i nostri vuoti vengono prodotti in realtà che nelle quali i lavoratori sono trattati alla stregua di schiavi, dove non vige alcun diritto, da operai che mai potranno permettersi di godere di quel bene. Se le nostre aziende sono libere di emigrare, se la produzione può essere pianificata su scala globale non possiamo certo impedire al lavoro di viaggiare, di spostarsi e di inseguire, in una perfetta ottica di mercato, le condizioni migliori che possano permettere di massimizzare l’utilità di ogni individuo.

Le guerre che devastano molte realtà geografiche del nostro pianeta e che generano i flussi di profughi che oggi provano a raggiungere l’Europa, sono, nella maggior parte dei casi, causa di errori dell’occidente, nascono e vengono finanziate perché comode a determinati capitali finanziari occidentali, vengono sostenute con lauti finanziamenti da grandi industrie e multinazionali che sono i pilastri dell’economie occidentali. Si pensi a tutte le guerre che si combattono lì dove ci sono giacimenti energetici, si pensi a quanto sia più semplice per chi investe poter contare su di un controllo debole da parte degli stati, si pensi all’instabilità dell’intera regione mediorientale, a quanto vale il peso delle potenze occidentali ed europee in quelle realtà e a quanto possano essere importanti quei territori per le risorse presenti e per il loro ruolo di corridoi energetici. Si pensi alla Siria, alla Libia, all’intero continente africano, ci si ricordi ciò che l’occidente fece con la transizione dello spazio post sovietico. Basterebbe questo a farci rendere conto che quelle realtà sono solo frutto del nostro sistema e che l’unica cosa che l’Europa dovrebbe fare è riscoprirsi, avere il coraggio di ripensare il suo stesso ruolo sullo scenario internazionale.

Non ci saranno muri che potranno fermare uomini e donne in fuga da guerra, fame e morte, non basteranno bombe per fermare i barconi carichi di esseri umani che mettono a rischio tutto ciò che hanno per continuare a sognare, non saranno le paure ed i sogni di autarchia a salvarci. C’è un urgente bisogno di studiare soluzioni valide, che partano dal concetto stesso di accoglienza, c’è bisogno che l’Europa inizi a ragionare come un unico attore internazionale, che riscopra di avere un ruolo centrale nel mediterraneo, nelle sue crisi e nei sui conflitti millenari. C’è bisogno di un’Europa che riscopra il coraggio sul quale si fonda, quel sentimento che fece nascere una comunità sulle macerie fumanti di un continente che, guidato dalla rabbia, dalla paura e dall’odio, si era reso protagonista della pagina più buia della storia dell’umanità.

Oggi rischiamo di fare lo stesso errore, chiuderci in noi stessi, mostrarci divisi, fragili e vili difronte al cambiamento, la gestione dei flussi migratori, dei rifugiati, delle persone in fuga dalla fame e dalla guerra sono un’opportunità che l’Europa ha e che deve sfruttare per riuscire a realizzare davvero quel sogno di libertà, pace e sviluppo dal quale nacque l’Unione.

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