I nuovi ultimi non hanno più voce

Le nuove generazioni, quei giovani di cui molti, troppi, si riempiono la bocca, soffrono una situazione di precarietà che ormai è diventata cronica. La realtà lavorativa, economica, politica e sociale contemporanea è diventate più complessa e non è più interpretata e razionalizzata dal pensiero politico attuale. Questa situazione ha generato una vera e propria impossibilità, per le nuove generazioni, non solo di essere rappresentati ma di vivere in maniera libera e cosciente il proprio tempo.

Ogni società, ogni organizzazione di convivenza civile tra essere umani, per quanto sviluppata e pacificata possa essere, è attraversata da conflitti sociali che sono alla base dell’esistenza stessa dell’umanità.

Le teorie politiche da sempre vivono nel tentativo di individuare i conflitti sociali e le parti in causa in queste contrapposizioni. L’individuazione delle classi sociali nasce proprio da questa esigenza di scoprire e analizzare la realtà attraverso l’individuazione e lo studio dei soggetti collettivi che partecipano al conflitto.

Per decenni si è pensato, a ragione, che il conflitto sociale principale fosse quello tra proletari e proprietari, tra capitale e lavoro, tra chi aveva la proprietà dei mezzi di produzione e chi vendeva il proprio lavoro. Quel conflitto però era sbilanciato nei confronti dei proprietari e rendeva la vita di gran parte della popolazione un vero inferno. Senza diritti, senza potere e senza rappresentanza i soggetti più deboli erano costretti ad accettare ogni tipo di sopruso e non avevano alcun modo per instaurare una trattativa nella quale far valere i propri diritti.

Come reazione alle sofferenze di un’enorme massa sociale, nacquero quei soggetti collettivi, partiti politici e strutture sindacali, che avevano l’obiettivo di dare rappresentanza e voce agli ultimi, a coloro che venivano schiacciati dal vigente sistema sociale ed economico.

Quel disagio sociale aveva l’esigenza di essere rappresentato e non poteva non emergere un soggetto collettivo che riuscisse a trasformare la sofferenza in partecipazione politica, che riuscisse a portare il conflitto sociale all’interno delle istituzioni anche attraverso il sogno dell’abbattimento di un regime di potere precostituito. La forza dei movimenti operai, delle leghe contadine e dei partiti rivoluzionari, proprio nei Paesi più sviluppati, era un sintomo di un’evoluzione sociale delle società occidentali che attraverso questi soggetti riuscivano a dare spazio e rappresentanza a chi, invece, fino a quel momento era rimasto escluso dai luoghi della decisione.

Quelle strutture, quei soggetti politici hanno svolto il ruolo di corpi intermedi, sono stati questi a rendere possibile il raggiungimento di quel compromesso storico tra capitale e lavoro che ha reso l’Europa un continente nel quale crescere era possibile senza dover schiacciare nessuno e senza lasciare indietro la parte più debole e fragile della società.

Le disuguaglianze sociali ed economiche sono state, negli anni della scoperta e della costruzione dello stato sociale, il vero nemico da combattere, provando a creare una società che potesse essere più giusta, nella quale ad ogni individuo venivano garantite le stesse possibilità e nella quale i diritti erano un’affermazione di civiltà e non un blocco allo sviluppo.

Negli anni 80 è invece emersa una tendenza politica ed economica che ha messo al centro il mercato, puntando alla distruzione di tutti i soggetti di rappresentanza collettiva, dai partiti di massa ai sindacati, e dando pieno sfogo alla libertà dei capitali finanziari. Questo sistema neoliberista prometteva ricchezze e crescita scardinando ogni tipo di stato sociale e ogni forma di diritto nel mercato del lavoro. Nella realtà ha invece creato un enorme mercato globale all’interno del quale le regole sono tornate ad essere quelle della prima industrializzazione con paesi poveri destinati a fare da manodopera a basso costo per soddisfare i bisogni degli opulenti paesi ricchi.

Il modello neoliberista, accettato da tutti, anche dalla sinistra, come un dato naturale, come un evoluzione storica del capitalismo globale, è invece crollato davanti all’instabilità del capitale finanziario incapace di ridistribuire in maniera equa le ricchezze. Questo sistema ha infatti reso sempre più insanabili ed insopportabili le disuguaglianze aprendo una faglia enorme tra garantiti e non garantiti, tra chi gode dei diritti di uno stato sociale protettivo e chi invece oggi vive le stesse sofferenze di un proletario durate la rivoluzione industriale.

Oggi ci ritroviamo davanti ad un conflitto sociale che non è più tra proletari e proprietari, perché sono scoparsi i proprietari, nascosti in sistemi di holding internazionali e di capitali finanziari tanto volatili quanto inafferrabili, e sono scomparsi i proletari è rimasta solo la loro prole, quella che aveva sognato di avere il mondo in tasca e che oggi si ritrova a non poter neanche sognare di diventare proletario.

A questa situazione i corpi intermedi storici non hanno reagito, anzi sono stati spettatori se non complici di questa situazione, continuando a leggere il modo con occhi vecchi e stanchi, attraverso paradigmi che non si adattavano più alla realtà sociale contemporanea.

Oggi il conflitto sociale è generazionale, oggi gli ultimi sono tutti quei giovani che non avranno mai alcun diritto sui luoghi di lavoro, sono quei lavoratori che non saranno mai stabilizzati, sono quei ragazzi che non potranno mai farsi una prole perché resteranno prole a loro volta per sempre. Oggi “l’immensa schiera degli sfruttati” sono intere generazioni che non hanno più voce e non hanno più rappresentanza e con le quali la politica deve fare i conti.

Per ripensare il ruolo dei corpi intermedi, dai partiti ai sindacati, bisogna partire da qui, da un’analisi che possa essere integrata con nuove categorie sociali. C’è l’urgente bisogno di rimettersi a pensare ma soprattutto ad agire, di creare e ricostruire quei soggetti di rappresentanza collettivi senza i quali non esiste non solo la democrazia, ma l’idea stessa di società.

Abbiamo bisogno di soggetti politici che siano davvero strumenti per i più deboli, che infilino mani e piedi nel conflitto sociale contemporaneo, schierandosi dalla parte giusta, capaci di dare voce a chi oggi non ha rappresentanza, di tornare sui luoghi del disagio per ascoltare ma soprattutto per proporre soluzioni.

Abbiamo bisogno di soggetti sindacali che non siano a protezione di privilegi, che non facciano mera gestione di potere e che possano assumersi il compito di affrontare una battaglia vera di giustizia sociale, abbandonando le vecchie modalità e iniziando finalmente a parlare ad una parte di società che fino ad oggi è stata ignorata.

Davanti ad un’umanità che diventa sempre più fragile e sempre più impaurita, davanti ad una sinistra incapace di dare risposte e disegnare sogni possibili per chi oggi soffre una condizione difficile, l’incapacità di produrre nuove visioni e nuove risposte rischia di regalare il campo ai populismi xenofobi e razzisti che stanno vincendo un po’ ovunque nel mondo.

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