Senza conflitto non c’è democrazia

Ogni società vive di conflitti che possono essere palesi o meno e che nascono dalla natura contrastante di una moltitudine di interessi, di idee, di problematiche, di istanze, di soluzioni. 

L’evoluzione dell’umanità stessa è frutto di questi conflitti che plasmano la struttura sociale e indirizzano la storia di ogni realtà territoriale. 

In una democrazia vera i conflitti, attraverso la rappresentanza, vengono riprodotti all’interno dell’istituzione che ha il compito di rappresentare il popolo. I parlamenti democratici hanno infatti questa funzione prima di ogni altra. Far vivere il conflitto secondo un confronto istituzionale è il vero senso di quelle democrazie moderna nate dopo l’incubo del nazifascismo. 

In questi giorni molti hanno confuso l’unità nazionale con l’indistinto. Una confusione che rischia di svuotare in maniera irrimediabile l’istituzione parlamentare e di recidere con nettezza il rapporto tra politica e persone. Nonostante molti abbiano messo in relazione il governo Draghi con quelli di unità nazionale del Regno d’Italia nell’immediato dopo guerra, il paragone è palesemente forzato. 

Quei governi che videro Togliatti ministro di Grazia e Giustizia e primi ministri del calibro di Parri e De Gasperi, nascevano da una guerra civile che aveva scavato e riempito di sangue e morte i fossati sociali, culturali e politici che ancora oggi non sono stati riparati. Parri, De Gasperi e Togliatti erano rappresentanti di tre soggetti politici che avevano combattuto fianco a fianco, armi in pugno, contro il fascismo. Da quell’esperienza che aveva unito e diviso gli italiani, si saldò un’alleanza di emergenza che durò poco e che quando ci fu da ricostruire si scelse di rompere perché bisognava rappresentare ogni settore, ogni malumore, ogni interesse e ogni speranza della società italiana, dare voce a idee e visioni confliggenti. 

L’unità di oggi è invece una scelta che si consuma con l’ennesima piroetta di una serie di partiti che oggi sono intenti a cancellare le dichiarazioni di fuoco lanciate nei giorni scorsi. 

L’unità di oggi assomiglia più ad un servilismo di una politica incapace che si piega alla narrazione dell’uomo solo al comando. Un uomo che viene raccontato e venduto come se fosse parte di un disegno divino, un Mario Draghi spedito direttamente in terra da Dio, in una riedizione biblica senza grotta e senza povertà. 

Le voci in dissenso in parlamento sono poche e vengono vissute come defezioni, come dei bug di un sistema che si presenta invece come un monolite, un blocco indistruttibile che si è unito non attorno ai drammi che stiamo vivendo ma all’allettante possibilità di partecipare alla grande abboffata di un Recovery Plan che diventa sempre più lontano e indecifrabile. 

In questo sistema non c’è spazio per il conflitto, non c’è di sicuro in parlamento tra intergruppi e nuovi amori. C’è però conflitto nella realtà quotidiana. Nelle crisi industriali che tolgono lavoro, nello sblocco dei licenziamenti, nelle vite invivibili dei milioni di precari, nelle paure quotidiane delle partite iva, dei lavoratori autonomi, dei professionisti, dei lavoratori della cultura, degli imprenditori, nella solitudine dei non rappresentati e dei dimenticati, nell’abbandono di chi vive ai margini di una società profondamente ingiusta. 

Un conflitto che non ha rappresentanza rischia di diventare esplosivo, una democrazia che non dà rappresentanza a un conflitto è una democrazia fallita e una politica che non si cala all’interno della società, interpretando e governando quei conflitti, è una politica inutile. Oggi l’unica unità praticata nella realtà è quella di una classe dirigente che, a tutti i livelli, si è unita per conservare e preservare un sistema che rischia ancora una volta di distruggersi perché questa pandemia ne ha mostrato tutta l’inadeguatezza e l’ingiustizia. 

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