La rabbia dei fragili che ha fatto vincere The Donald

Trump ha  vinto e non è una questione di mera fortuna, non è un errore della storia, non è un piccolo evento locale. Donald Trump, il miliardario, diventato famoso al grande pubblico tra cameo nei film e nelle serie televisive, tra mosse di wrestling e reality show, è il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Quest’elezione, per quanto strana non può essere inattesa, non possiamo continuare a chiudere gli occhi davanti ad un processo politico, sociale, culturale ed economico che è in atto da decenni. La crisi economica ha solo messo in luce la fragilità e l’ingiustizia di una modernità che puzza di medioevo, nella quale ci siamo costretti a vivere.

Abbiamo assistito in maniera acritica all’espandersi di un sistema economico, sociale e culturale che ha allargato le disuguaglianze ed impoverito le fasce più deboli della società globale. Abbiamo accettato come unico modello capitalistico quello neoliberista, all’interno del quale il conflitto tra capitale e lavoro si è risolto con la sconfitta senza onore delle armi per il lavoro. Abbiamo assistito inermi, come se fosse un processo naturale, all’espandersi del potere finanziario, alla liberalizzazione dei mercati da ogni tipo di regola, schiacciati da un’idea dominante di crescita e di espansione che prometteva di rendere il mondo più ricco ma che, a conti fatti, ha creato intere generazioni di individui invisibili che non hanno alcun diritto e che non solo non hanno futuro, ma hanno la difficoltà enorme di vivere il presente. Abbiamo guardato e salutato con soddisfazione la delocalizzazione della produzione, lo sfruttamento di intere popolazioni che producono beni che non potranno mai consumare, attraverso i quali hanno reso luccicanti e vive le nostre sfavillanti metropoli che diventano sempre meno accoglienti ed inclusive, trasformate in grandi luna park per schiavisti senza scrupoli e finanzieri spregiudicati. Abbiamo affidato alle borse, ai mercati, alle agenzie di rating, ai vari indici economici e statistici, la valutazione delle nostre vite, delle nostre politiche, dei nostri governi e perfino della felicità dei nostri popoli.

Abbiamo accettato tutto come se non fosse possibile fare nulla di diverso. Qualcuno ha riproposto ciecamente vecchi rimedi, ha urlato e ripetuto slogan ormai lontani che poco possono essere ascoltati in queste condizioni culturali. La sinistra, quel meraviglioso mondo che rappresentava la tensione di coniugare il progresso tecnologico con il progresso sociale fatto di eguaglianza e giustizia, è rimasta muta davanti alla nuova sfida di cambiamento e sorda alle sofferenze reali degli ultimi. Nessuna idea davvero diversa, nessuna propensione reale al cambiamento, nessuna battaglia vera di dignità e di rivoluzione reale è stata posta come rimedio ad una crisi che, essendo strutturale, deve essere risolta dal cambiamento della struttura globale sulla quale si possa riorganizzare la società umana.

La sinistra non ha più la capacità di parlare ai più fragili, di farsi strumento dei più deboli, di dare una visione, un sogno ai più spaventati. Quella che è sempre stata la parte politica antisistema per antonomasia si è ritrovata, spesso e volentieri, ad essere sistema o, in alternativa, a parlare con un linguaggio non più ascoltato. La sinistra ha perso le masse, ha perso gli uomini e le donne, ha perso l’anima e si è trasformata in un relitto storico, tanto inutile quanto conservativo ed incapace di proporre una nuova idea di mondo.

In questo vuoto che non è solo ideologico ma è culturale, politico, critico, intellettuale, ci si sono infilati quei finti movimenti di protesta, quei finti rivoluzionari antisistema che nulla hanno a che fare con i veri deboli che li votano. Un po’ ovunque dagli USA fino all’Italia, sono movimenti o ex-partiti comandati da un capo miliardario, organizzati in maniera verticistica, pericolosamente auto-referenziali, portatori di verità facili e di soluzioni immediate.

Dalle crisi purtroppo l’essere umano è sempre uscito con la violenza, c’è sempre stato il momento dell’imbarazzo, nel quale gli intellettuali, la stampa, gli analisti e tutti coloro che pretendo di capirne qualcosa del mondo, non riesco più leggere la realtà che li circonda. In una fase di crisi, il crollo inizia quando la rabbia che cova come brace sotto le ceneri del sogno occidentale viene letta, interpretata sfruttata da coloro che ci ostiniamo a chiamare populisti. Quei populisti sono i fascisti di un tempo e di ora, sono i nuovi ed i vecchi nazisti, sono la violenza delle risposte facili che sembrano dare pace a quella rabbia che nasce da una disoccupazione permanente, da un mondo del lavoro che cancella la dignità del lavoratore, dalla mancanza di rappresentanza politica di intere generazioni che non hanno voce.

Trump ha vinto perché ha saputo dare quelle risposte facili alle quali la sinistra non riesce più a rispondere. Un viziato newyorchese miliardario di nascita, un uomo da reality show, uno stravagante affarista che gira con il suo aereo privato e le sue donne di plastica, un misogino, un razzista, ha convinto gli operai americani, i contadini, i più deboli e fragili della società americana, quelli che vivono la destabilizzante e oppressiva precarietà della vita moderna, a votarlo. Uno di quelli che ha goduto di tutti i vantaggi di quel sistema neoliberista fondato sulla disuguaglianza e sulla povertà, sarà a capo della più grande potenza globale grazie alla rabbia di tutti coloro che subiscono i soprusi di quel sistema.

Le elezioni americane sono solo un punto del processo in atto in tutto il mondo, dall‘Ungheria di Orbàn alla Brexit britannica, dai neonazisti austriaci ai grillini italiani, dal Fronte Nazionale francese di Marine Le Pen ai venti fascisti che soffiano sull’intera vecchia Europa.

Il mondo è in una fase che spaventa, alla sinistra dovrebbe spettare il compito di ripensare l’intero sistema di relazioni sociali, di ritrovare la forza culturale, politica e ideologica di mettere in piedi un’alternativa che non sia un inutile ritorno al passato, che non faccia della nostalgia il perno attorno al quale aggregare le masse. C’è l’urgente bisogno di ritrovare un sogno, di ridare ai più deboli un vero strumento di trasformazione della realtà che sia il più ampio, il più includente ed il più progressista possibile.

Trump ha vinto e a farlo vincere è stata la sua capacità di soffiare sulla rabbia dei deboli; per evitare che il sistema globale si fondi sulla rabbia, c’è bisogno di tornare a mettere in campo le forze culturali per ascoltare quella rabbia e dare a quel sentimento una strada che possa trasformarlo in un sogno attraverso il quale scrivere finalmente una realtà diversa.

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